LA SENTENZA

Bugie e affari, ma non nella cosca: così sono arrivate sei assoluzioni

di Rossella Canadè

I giudici spiegano i casi in cui non hanno avallato l’accusa di associazione mafiosa sostenuta dai pm. «La moglie di Rocca mentiva, ma non era nella ’ndrina. I parenti del boss? Senza voce in capitolo»  

MANTOVA. «Il ruolo della Bignardi è un ruolo satellite, un ruolo ancillare, ma non nei confronti del sodalizio, ma nei confronti del marito». È stata l’assoluzione di lady Rocca dall’accusa di far parte dell’associazione mafiosa dei Grande Aracri la sorpresa della sentenza del processo Pesci. Dei sedici imputati, dieci hanno ricevuto condanne pesanti, tra cui spicca quella di Antonio Rocca a 26 anni e 10 mesi, solo 14 mesi in meno della pena stabilita per il boss Nicolino, suo capo diretto, e di Giuseppe Loprete, il fabbro, “uomo di pace e verità”e sei sono stati assolti.

L’impianto accusatorio costruito dai Pm della Dda bresciana Claudia Moregola e Paolo Savio sulla scorta delle indagini dei carabinieri del nucleo investigativo ha tenuto, l’attacco della cosca al tessuto dell’economia mantovana è stato riconosciuto a tutto tondo dal collegio dei giudici presieduto da Ivano Brigantini, che non ha però avallato il ruolo attribuito dai Pm ad alcuni imputati: tra loro Deanna Bignardi, condannata a 4 anni, invece dei 10 richiesti dai Pm per l’associazione mafiosa; assolti invece Gaetano Belfiore, Salvatore e Rosario Grande Aracri, genero, nipote e fratello del boss, per cui la richiesta dell’accusa era stata di 15 e 13 anni.

«Muto a disposizione della cosca»

Deanna Bignardi al processo ha mentito, «ha sicuramente cercato di agevolare il marito, ma questo non costituisce prova sufficiente che sia partecipe dell’associazione mafiosa». È solidale con il compagno, con i suoi interessi e le sue attività. È più concreta e attiva, più portata di Antonio per i conti. Sapeva, secondo i giudici, dell’appartenenza del marito al clan: per questo si occupò lei di nascondere le armi a Pietole: episodio per cui è stata condannata. Per la stessa devozione ha cercato di aiutarlo a sottrarsi alla cattura nel febbraio del 2015, quando fuggirono insieme davanti ad un posto di blocco, e con lo stesso obiettivo ha cercato di convincere alcuni testimoni a rilasciare dichiarazioni per scagionare Antonio.

Nel piano del marito per ingannare i magistrati con la falsa collaborazione di Paolo Signifredi ha giocato un ruolo di primo piano: ha portato lei stessa agli avvocati i memoriali con i depistaggi per le indagini. «Erano finalizzati a giovare al marito e a danneggiare il clan».

Secondo i giudici, «risulta una volta tanto plausibile» che il viaggio lampo in Calabria del 15 luglio 2012 sia stato fatto per parlare di persona con uno degli avvocati del marito e non per incontrare la moglie del boss.

Parenti stretti, ma non membri della ndrina: Rosario e Salvatore Grande Aracri, quest’ultimo considerato dallo stesso zio «stupido come una statua» sono stati assolti con formula piena. Erano a Mantova per lavorare su indicazione del boss, ma non avevano alcuna voce in capitolo sugli affari della cosca, tanto da essere stati addirittura cacciati dal cantiere di Rocco Covelli per divergenza sui pagamenti con il “capocantiere” Rocca , con l’avallo dello stesso Nicolino, che teneva più agli interessi dei clan che allo stipendio dei suoi familiari.

«Ancora più evanescente è la prova dell’appartenenza al sodalizio di Gaetano Belfiore, fidanzato della figlia del boss, a cui viene attribuita la funzione di ambasciatore degli ordini del futuro suocero». A puntare il dito contro di lui il pentito Giuseppe Giglio. Per i giudici Gaetano non ha mai messo in atto intimidazioni con modalità mafiose, e quindi deve essere scagionato anche dalle accuse di tentata estorsione.

Assolti anche Antonio Floro Vito, per cui i Pm avevano chiesto sei anni e l’imprenditore del ferro Moreno Nicolis. Per il veronese, intercettato tra l’altro durante un viaggio in Calabria per incontrare il boss Nicolino, l’accusa aveva sostenuto un coinvolgimento in un episodio di estorsione nei confronti dell’imprenditore Giacomo Marchio e

Nicolis, secondo i giudici, mostra ambiguità e si muove in «una linea di confine particolarmente insidiosa». Rappresenta il modello di imprenditore da cui è attratta la criminalità organizzata per allargare la propria rete di influenza. Era pienamente consapevole del ruolo di Grande Aracri, e quasi galvanizzato dalle prospettive di guadagno connesse agli affari che avrebbe potuto concludere con il boss. Un comportamento che non costituisce reato. Un altro imprenditore che galleggia nella zona grigia.